Il messaggio politico di questi giorni è forte e chiaro: il Governo ha abolito il numero chiuso per le facoltà di Medicina e Chirurgia (oltre che di Odontoiatria e di Veterinaria). Tuttavia, i dettagli concreti restano ancora da definire e tra gli addetti ai lavori crescono dubbi e preoccupazioni sulla sostenibilità ed equità della riforma. Solo con la pubblicazione dei decreti attuativi sarà possibile valutarne appieno le implicazioni (materie d’esame, tipologia di didattica, modalità degli esami e della prova di selezione a dicembre, meccanismi per garantire uniformità di giudizio nelle varie sedi universitarie, rischi di contenziosi). Alcune considerazioni, però, possono già essere fatte. Primo, il numero programmato non viene abolito, ma semplicemente posticipato al termine del primo semestre del primo anno. Secondo, se le indiscrezioni saranno confermate, la riforma non si applicherà ai 21 corsi di laurea in lingua inglese né ai 7 corsi delle università private, che continueranno ad adottare il meccanismo di selezione iniziale a quiz. Un aspetto non irrilevante, considerando l’eterogeneità dell’accesso ai percorsi di formazione medica. Terzo, quale sarà l’impatto sulla maggioranza degli studenti che, dopo il primo semestre, non si piazzeranno in posizione utile per continuare? Perderanno un anno accademico o ripiegheranno su corsi di laurea affini, come le professioni sanitarie, biologia o biotecnologie, con tutte le difficoltà che ciò comporta? Vero è che l’attuale selezione con quesiti a scelta multipla è arida, antipatica e spesso iniqua. Ma siamo così certi che il nuovo sistema sarà migliore?
Carlo Signorelli





